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Non ci si può fermare ad Eboli! Carlo Levi alla scoperta del Sud.
post pubblicato in CulturalMENTE, il 13 luglio 2009



Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi è una constatazione dalla quale nasce indirettamente anche un imperativo: bisogna scendere più giù di Eboli. Il racconto solleva molti interrogativi e conserva un alto tasso di ambiguità, non bisogna fidarsi della semplicità dei fatti narrati, in realtà sono tentacolari per chi vuole interpretarli.

L’opera di Levi non si ferma alla realtà, ma va oltre; in Lucania l’autore ha imparato che molta realtà sfugge al dominio della ragione. In concreto, nel 1935, è sceso dal Piemonte Carlo Levi, un ebreo molto cristiano.

Il testo brilla subito, a cominciare dalla superficie, dalla prosa, enorme forza d’urto intellettuale ed emotivo, grande capacità di affabulazione. Il nome di Levi resterà legato alla questione meridionale; è la storia di un viaggio nell’altro mondo, che è il Sud. Sintetica è la caratterizzazione dei personaggi, analitica è la pittura dell’ambiente, che ha il colore dei suoi quadri. Il protagonista è lo stesso Levi.

 L’opera può essere letta persino come la visione accorata di un mondo che non si doveva perdere. I fatti sono tanto più eloquenti se a registrarli è un estraneo, il viaggiatore, chi viene in visita, chi coglie le novità rispetto a quello che sa. I locali sono diventati indifferenti allo spettacolo quotidiano. Dunque chi vuole scrivere del Sud deve tenere gli occhi puntati sui fatti. I puri fatti non sono univoci come sembrano, sono anche “misteriosi”, perciò hanno bisogno dell’interpretazione , dello scrittore e del lettore.

Levi, medico e pittore, si reca a casa di un vecchio prete che notoriamente beve molto, anche quando dice messa. Il prete offre del vino al medico, in un bicchiere sporco, ma Levi accetta e si adegua alla situazione, perché vuole comprendere una realtà. Deve bere senza pregiudizi igienici, morali e religiosi, solo così il prete racconterà la storia del suo rapporto con un mondo dinnanzi al quale si perde progressivamente la fede.

Così l’intellettuale piemontese si accosta senza reticenze alla realtà meridionale: per capire la realtà lucana collaborano il medico, il pittore e lo scrittore, una scienza e due arti.

Per chi ha scritto il libro? I contadini non sanno leggere né scrivere; lo ha scritto per gli intellettuali del Nord che credono di sapere tutto sul Sud, ma invece non sanno quasi nulla. Potrebbe averlo destinato ai bambini a cui stava insegnando a leggere, convinto che lo studio fosse la prima via d’uscita dalla povertà. Agli intellettuali del Sud chiede di restare laggiù, di scavare meglio nel loro territorio.

Il verbo di moda nell’immediato secondo dopoguerra, nel 1945, era scendere, andare verso classi umili. Prima toccò scendere dalle montagne della guerra partigiana, poi scendere laggiù, nel cuore della questione meridionale. Il decennio successivo al 1945 fu delegato al Sud, alle sue vicende e alle sue parole, per lo più dialetti; se ne occuparono narratori come Rea per la Campania, Silone e Jovine per Abruzzo e Molise, Alvaro e Strati per la Calabria, Sciascia e Bonaviri per la Sicilia, Tommaso Fiore per la Puglia… Levi per la Basilicata.

Levi prova con le riforme, ma il fascismo le blocca, fino ad interdirlo, gli verrà proibito di svolgere la professione di medico. Resta un confinato politico.

“Ma che sono venuto a fare quaggiù?”, è venuto a scrivere una testimonianza, un libro che serve a misurare fin dove arriva di volta in volta Cristo. In Lucania per conoscere sé stesso e come interprete e protagonista di un’eccezionale avventura dentro un mondo che dapprima è chiuso ermeticamente in sè stesso e che poi si apre alla visione di chi ha le doti per cercare sotto la superficie.

Alla fine del libro Levi pensa alla propria sconfitta, è assillato dal senso di colpa per aver lasciato i suoi contadini al loro destino “in quel tempo immobile”. Quando dice di essere giunto a un punto estremo di indifferenza, raggiunge la sconfitta.

 

 

CulturalMente
post pubblicato in CulturalMENTE, il 25 giugno 2009




Con questo racconto di Dino Buzzati apriamo la sezione culturale del blog Think up! Per dar voce a quanti credono che valga sempre la pena di fare arte, intesa nel senso più ampio del termine, e soprattutto di parlarne!

 

[…] «Che fai?» mi chiese dopo i saluti d’uso. «Scrivi sempre?»

«È il mio mestiere» dissi, colpito immediatamente da un senso di inferiorità.

«Non sei ancora stufo?» lui insistette, e il sorriso beffardo gli tagliava sempre più la faccia, alla luce immobile dei lampioni. «Non so, ma ho la sensazione che voi scrittori, di giorno in giorno siate sempre più fuori dei tempi. Voi scrittori; ma anche i pittori, gli scultori, i musicisti. Un senso di inutilità, di gioco fine a sé stesso. Intendi quel che voglio dire?»

«Intendo.»

«Sì, voi scrittori, voi pittori eccetera vi affannate disperatamente a escogitare le novità più assurde e astruse per far colpo, ma il pubblico diventa sempre più scarso e indifferente. Sempre meno gente che vi ascolta, sempre meno. E, scusa la sincerità, un bel giorno dinanzi a voi la piazza sarà completamente deserta.»

[…] «Eppure …» io dissi «anche quando non ci sarà più uno solo a leggere le storie che bene o male scriviamo, quando le mostre d’arte resteranno deserte e i musicisti suoneranno le loro invenzioni dinanzi a schieramenti di sedie vuote, le cose che faremo, non dico io, ma quelli che fanno il mio mestiere …»

«Su coraggio, coraggio» pungeva sarcastico l’amico.

«Sì, le storie che si scriveranno, i quadri che si dipingeranno, le musiche che si comporranno, le stolte pazze incomprensibili e inutili cose che tu dici, saranno pur sempre la punta massima dell'uomo, la sua autentica bandiera [...] quelle idiozie che tu dici saranno ancora la cosa che più ci distingue dalle bestie, non importa se supremamente inutili, forse anzi proprio per questo. Più ancora dell'atomica, dello sputnik e dei razzi intersiderali. E il giorno in cui di quelle idiozie non se ne faranno più, gli uomini saranno diventati dei nudi miserabili vermi come ai tempi delle caverne […]».

Allora lui mi diede una gran manata sulla spalla. «Ah, l’hai capita finalmente, pezzo di imbecille!».

Balbettai: «Che… Che cosa vorresti dire?».

[…] «Ti avevo visto così sfiduciato. Semplicemente ho cercato di tirarti un po’ su.»

Era vero. Illuso o meno, però adesso mi sentivo un altro: libero e passabilmente sicuro di me. Accesi una sigaretta, mentre Schiassi dileguava laggiù come un fantasma.

 

(D. Buzzati, Il mago, in Il colombre)

 





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permalink | inviato da tivacu il 25/6/2009 alle 22:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
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