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Dino Buzzati, un autore pop!
post pubblicato in CulturalMENTE, il 26 giugno 2009




Più noto all’estero rispetto all’Italia, in cui viene appena citato da alcune storie della letteratura del Novecento o collocato tra gli autori minori, Dino Buzzati vanta un numero considerevole di traduzioni in lingua straniera, circa ventotto. Sorprendente è senza dubbio che la traduzione, nella maggior parte delle lingue, non riguardi una sola, ma parecchie sue opere.

Ma perché un autore così poliedrico ed eclettico non è ancora valorizzato nel giusto modo in Italia?

Sicuramente per un residuo del passato: le sue opere apparivano agli occhi dei lettori e dei critici stessi “inattuali”, poiché Buzzati scelse di proporsi come autore fantastico proprio negli anni in cui questo genere letterario veniva considerato impopolare, gli anni del trionfo del neorealismo e della letteratura socialmente impegnata.

I suoi libri migliori vedono la luce tra il 1940 e il 1958, gli anni più caldi del ventesimo secolo; Il deserto dei Tartari, che è l’opera più nota, sorprese il lettore del tempo che non trovò una corrispondenza reale tra ciò che si viveva storicamente, una guerra che sconvolgeva ogni equilibrio e stordiva con il fragore delle armi, e ciò che veniva narrato, ossia una fortezza da cui non si sparava; nessun combattimento riempie le pagine del libro, ma un’attesa perenne e disarmante domina insieme alla paura di un nemico invisibile.

Il fine del fantastico di Buzzati era divertire, ma allo steso tempo penetrare nel cuore della problematica sociale, mettendo a nudo l’ipocrisia e l’egoismo dell’uomo, ma anche la sua angoscia interiore.

Un autore che si fa pop, come i quadri che dipinge a partire dagli anni Sessanta, attraverso un linguaggio semplice, popolare appunto, che subisce l’interferenza dello stile giornalistico (Buzzati fu anche un giornalista del Corriere della Sera).

Dove non arrivava la parola, c’era l’immagine a dare man forte, basti pensare all’opera Poema a fumetti (1969, edita da Mondadori), il tutto in nome di un vero e proprio “culto della comunicazione”, al fine di rappresentare il reale attraverso una fitta rete di simboli.

Da qui la necessità di un approccio poliedrico alla narrazione: una pluralità di applicazioni, come la pittura, il fumetto, la musica e il teatro, concorrono al medesimo scopo, raccontare qualcosa.

Tra i pochi rappresentanti del genere fantastico italiano, giornalista affermato e pittore aperto a suggestioni provenienti da ogni dove, Dino Buzzati sorprende per la sua duttilità.

Un artista tout court che meriterebbe dunque una maggiore considerazione; iniziamo da qui, consigliandovi la raccolta “Sessanta racconti” e “Il colombre”, entrambi editi da Mondadori.


CulturalMente
post pubblicato in CulturalMENTE, il 25 giugno 2009




Con questo racconto di Dino Buzzati apriamo la sezione culturale del blog Think up! Per dar voce a quanti credono che valga sempre la pena di fare arte, intesa nel senso più ampio del termine, e soprattutto di parlarne!

 

[…] «Che fai?» mi chiese dopo i saluti d’uso. «Scrivi sempre?»

«È il mio mestiere» dissi, colpito immediatamente da un senso di inferiorità.

«Non sei ancora stufo?» lui insistette, e il sorriso beffardo gli tagliava sempre più la faccia, alla luce immobile dei lampioni. «Non so, ma ho la sensazione che voi scrittori, di giorno in giorno siate sempre più fuori dei tempi. Voi scrittori; ma anche i pittori, gli scultori, i musicisti. Un senso di inutilità, di gioco fine a sé stesso. Intendi quel che voglio dire?»

«Intendo.»

«Sì, voi scrittori, voi pittori eccetera vi affannate disperatamente a escogitare le novità più assurde e astruse per far colpo, ma il pubblico diventa sempre più scarso e indifferente. Sempre meno gente che vi ascolta, sempre meno. E, scusa la sincerità, un bel giorno dinanzi a voi la piazza sarà completamente deserta.»

[…] «Eppure …» io dissi «anche quando non ci sarà più uno solo a leggere le storie che bene o male scriviamo, quando le mostre d’arte resteranno deserte e i musicisti suoneranno le loro invenzioni dinanzi a schieramenti di sedie vuote, le cose che faremo, non dico io, ma quelli che fanno il mio mestiere …»

«Su coraggio, coraggio» pungeva sarcastico l’amico.

«Sì, le storie che si scriveranno, i quadri che si dipingeranno, le musiche che si comporranno, le stolte pazze incomprensibili e inutili cose che tu dici, saranno pur sempre la punta massima dell'uomo, la sua autentica bandiera [...] quelle idiozie che tu dici saranno ancora la cosa che più ci distingue dalle bestie, non importa se supremamente inutili, forse anzi proprio per questo. Più ancora dell'atomica, dello sputnik e dei razzi intersiderali. E il giorno in cui di quelle idiozie non se ne faranno più, gli uomini saranno diventati dei nudi miserabili vermi come ai tempi delle caverne […]».

Allora lui mi diede una gran manata sulla spalla. «Ah, l’hai capita finalmente, pezzo di imbecille!».

Balbettai: «Che… Che cosa vorresti dire?».

[…] «Ti avevo visto così sfiduciato. Semplicemente ho cercato di tirarti un po’ su.»

Era vero. Illuso o meno, però adesso mi sentivo un altro: libero e passabilmente sicuro di me. Accesi una sigaretta, mentre Schiassi dileguava laggiù come un fantasma.

 

(D. Buzzati, Il mago, in Il colombre)

 





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permalink | inviato da tivacu il 25/6/2009 alle 22:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
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